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The Unseen Hunger
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Published 9/25/2026
Il modo in cui Michela mi guardò quella prima volta, dal pianerottolo di casa sua, mi fece capire subito che non ero lì per caso.
«Tu sei Ruggero, giusto?» disse. «Quello che studia con mio figlio.»
Non era una domanda. Il suo sguardo mi passò addosso come una mano che controlla se hai la febbre. Io avevo ventidue anni e lei ne aveva il doppio e qualcosa in più, e in quel momento lo sentivo tutto, ogni singolo anno, come un cartello appeso al collo.
«Sì, signora.»
«Michela. Non chiamarmi signora, mi fai sentire vecchia.»
Sorrise appena, un movimento breve della bocca che non arrivava agli occhi. Capelli neri corti, tagliati netti all'altezza della mascella. Il viso bello in un modo che metteva soggezione, zigomi alti, naso dritto, un'espressione che sembrava dire sempre *so già cosa stai pensando e non mi interessa*. Il corpo atletico di chi va in palestra tre volte a settimana da vent'anni, spalle dritte, braccia definite sotto la camicetta chiara.
Avevo la maglietta spiegazzata e i capelli lunghi fino a metà schiena, sporchi perché erano due giorni che non mi lavavo. Ero magro in modo sbagliato, ossa che spuntavano dove non dovrebbero, pelle bianca da non vedere mai il sole. Il tipo di ragazzo che le donne come lei non guardano due volte.
Ma mi guardò due volte.
«Marco è in camera sua,» disse, e si spostò per farmi passare. «Ha detto che dovevate finire un progetto.»
«Sì, l'esame è la settimana prossima.»
«Ti preparo qualcosa da bere.»
Non era un'offerta. Era un ordine. E io la seguii in cucina come un cane.
Quella fu la prima volta, un martedì pomeriggio di novembre, e non successe niente. Niente di niente. Passai tre ore chiuso in camera con Marco a fingere di lavorare a una relazione su non ricordo nemmeno cosa, e ogni tanto sentivo il rumore dei suoi passi nel corridoio, il ticchettio delle unghie sulla tastiera del computer in salotto, la sua voce al telefono con un'amica, bassa e annoiata.
Tornai altre quattro volte nelle settimane successive.
Non per Marco. Marco era un cretino simpatico che non si accorgeva di niente, uno di quelli che parlano di calcio e di videogiochi e non ti chiedono mai come stai davvero. Ci vedevamo per l'università e per abitudine, e io andavo a casa sua perché casa mia era vuota e triste e sua madre faceva il caffè buono.
Michela cominciò a parlarmi. Prima cose piccole. *Come va lo studio. Hai mangiato. Ti vedo pallido.* Poi cose meno piccole. *Perché porti tutti quei capelli. Perché non ti metti una camicia ogni tanto. Sei troppo magro, dovresti mangiare di più.*
Le sue critiche non mi offendevano. Mi piacevano. Erano l'attenzione di una donna che non sprecava parole con nessuno, e il fatto che le sprecasse con me, con il ragazzo sfigato amico di suo figlio, mi faceva uno strano effetto allo stomaco.
Una sera di dicembre restai a cena. Marco era uscito con la ragazza, e io mi ero trattenuto a finire un capitolo, e quando alzai la testa era buio e in casa c'eravamo solo io e lei.
«Marco è andato da Giulia,» dissi, chiudendo il portatile. «Non lo sapevo, mi dispiace, me ne vado.»
«Resta. Ho fatto il ragù, e non lo mangio da sola.»
Mangiammo in cucina, luce bassa sopra il tavolo, il telegiornale acceso in salotto che nessuno guardava. Mi versò del vino senza chiedere. Il secondo bicchiere me lo versai da solo e lei rise, una risata corta, quasi sorpresa.
«Sei diverso dagli amici di Marco,» disse. «Loro non mi guardano mai negli occhi.»
«Forse hanno paura.»
«E tu no?»
La guardai. Aveva una piccola ruga tra le sopracciglia, e le labbra lucide di vino, e le mani appoggiate sul tavolo, dita lunghe, unghie corte e curate. Sotto la camicetta si vedeva la curva del seno, non grande, sodo, di donna che si tiene in forma.
«Ho paura,» dissi. «Ma non di te.»
«Di cosa, allora.»
«Di quello che penso quando ti guardo.»
Non avevo pianificato quella frase. Uscì e basta, e appena fu fuori mi sembrò enorme, una cosa che non si poteva più rimettere dentro. Michela non si mosse. Mi guardò per un tempo che non so misurare, e nei suoi occhi passò qualcosa, un calcolo, come se stesse decidendo se ero un problema o un'opportunità.
Poi si alzò e portò i piatti al lavandino.
«Vai a casa, Ruggero,» disse, di spalle. «È tardi.»
Tornai a casa a piedi nel freddo, con il cazzo duro dentro i jeans e la testa che mi girava, e quella notte non dormii.
Passarono due settimane. Due settimane in cui non mi feci sentire, in cui inventai scuse con Marco, in cui mi dissi che era meglio così, che lei era la madre del mio amico, che aveva cinquantadue anni, che era sposata, che suo marito era un uomo serio che lavorava in banca e tornava a casa ogni sera alle sette.
Poi mi arrivò un messaggio da un numero che non avevo.
*Ciao. Sono Michela. Ho preso il tuo numero da Marco. Passa domani alle quattro, sono sola.*
Non risposi. Non ce n'era bisogno.
Bussai alle quattro in punto. Mi aprì con un vestito semplice, grigio, che le arrivava al ginocchio, e i capelli ancora umidi. Non disse niente. Si spostò, e io entrai, e la porta si chiuse dietro di me con un clic che mi sembrò il rumore più forte del mondo.
«Mio marito torna alle sette,» disse, in corridoio, senza guardarmi. «Marco dorme da Giulia stasera.»
«Michela...»
«Non parlare.»
Mi prese per la mano e mi portò in camera da letto. La stanza era in penombra, tende chiuse, il letto grande sfatto da una parte sola. Mi lasciò andare vicino al letto e si mise davanti a me, a un passo, e per la prima volta da quando la conoscevo la vidi incerta. Una crepa nella sua espressione autoritaria, qualcosa di più giovane sotto, qualcosa che aveva paura.
«Se ti dico di andartene, te ne vai,» disse. «Subito. Senza discutere.»
«Sì.»
«E non lo dici a nessuno. Mai.»
«No.»
«Guardami.»
La guardai. Le presi il viso tra le mani, e lei chiuse gli occhi, e il respiro le si fece corto. La baciai piano, e lei mi rispose piano, e per un minuto restammo così, fermi, a baciarci come due che si conoscono da sempre e hanno solo aspettato. Poi le mie mani scesero, le sue salirono, e tutto diventò veloce.
Le sfilai il vestito dalle spalle. Lei mi tirò la maglietta sopra la testa con un gesto secco, quasi arrabbiato, e quando mi vide il petto magro e bianco si fermò, mi passò le dita sulle costole, sulle clavicole, come se stesse contando le ossa.
«Sei un ragazzo,» mormorò.
«Lo so.»
«Non intendevo questo.»
Mi slacciò i jeans. E quando la mia erezione uscì fuori, pesante, larga, scura contro la mia pelle chiara, Michela si bloccò. Si abbassò sulle ginocchia, sul pavimento freddo, e mi guardò il cazzo come se fosse una cosa che non aveva mai visto prima. Lo prese in mano. Le sue dita non riuscivano a chiudersi intorno.
«Cristo,» disse.
E fu la prima volta che la sentii bestemmiare.
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This is a work of fiction, assisted by artificial intelligence. Any names or characters, businesses or places, events or incidents, are fictitious. Any resemblance to actual persons, living or dead, or actual events is purely coincidental.
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