The Puppet's Fiancée

·

Published 9/25/2026
18views
cover image

La campanella suonò alle 12:47, tre minuti prima del previsto, e io lo sapevo perché avevo contato i secondi da quando Marcus mi aveva passato il bigliettino in terza ora. *Biblioteca. Dopo pranzo. Porta il compito di matematica.*

Non c'era bisogno di spiegazioni. Non le aveva mai date, in otto mesi.

Marcus mi aspettava tra gli scaffali della sezione chimica, dove nessuno andava mai perché la biblioteca della nostra scuola era poco più di una stanza con tre computer rotti e un bibliotecario che dormiva. Era appoggiato alla scaffalatura con le braccia incrociate, e il dragone tatuato sul bicipite sembrava respirare a ogni movimento. Alto, largo, con quella mascella quadrata che le ragazze nei corridoi commentavano come se fosse una cosa da ammirare. Forse lo era. Io non lo capivo.

«Sei in ritardo.» La sua voce era bassa, quasi annoiata.

«La professoressa di fisica mi ha trattenuto.»

«Non me ne frega.» Tese la mano. «Dammi.»

Tirai fuori i fogli dallo zaino. Li avevo finiti alle due di notte, dopo aver chiamato Erika e averle raccontato della merendina che Marcus mi aveva buttato nel cestino, del calcio nello stinco durante l'intervallo, della volta in cui mi aveva chiuso dentro lo sgabuzzino delle scope per venti minuti. Lei aveva ascoltato tutto con quella voce calda che mi faceva sempre sentire meno solo. *Povero amore mio*, aveva detto. *Quel ragazzo è un mostro.*

Se avesse saputo il nome, forse avrebbe capito che mostro e fidanzato perfetto possono abitare la stessa persona. Ma io non gliel'avevo mai detto. Non so nemmeno io perché. Forse perché dirne il nome lo avrebbe reso più reale. Forse perché una parte di me sperava che, restando anonimo, prima o poi sarebbe svanito.

Marcus prese i fogli, li piegò in quattro e se li infilò nella tasca posteriore dei jeans. Non mi ringraziò. Non lo faceva mai.

«Devo uscire con Giulia stasera,» disse, come se stesse parlando con un amico. «Se la prof chiede, ho la febbre.»

«Non puoi assentarti di nuovo. Hai già sette assenze.»

Lui rise. Una risata corta, senza allegria. «E allora? Tanto chi mi boccia? Mio padre paga la retta, scemo.»

Avrei voluto dirgli che non era vero, che i professori non si compravano, che il mondo non funzionava così. Ma avevo sedici anni e un metro e sessantacinque di altezza, e lui ne aveva diciotto e mi superava di venti centimetri. Certe verità le tieni in tasca e le porti a casa.

«Ci vediamo domani,» disse, già voltato.

«Marcus.»

Si fermò.

«Perché io?» La domanda mi uscì prima che potessi fermarla. «Ci sono altri cinquanta ragazzi in questa scuola.»

Si girò lentamente. Per un momento pensai che mi avrebbe picchiato. Invece mi guardò con qualcosa che assomigliava quasi alla pazienza, come si guarda un cane che non capisce un comando.

«Perché tu non dici mai di no,» rispose. E se ne andò.

---

Tornai a casa alle quattro e mezza, con lo zaino che pesava come se dentro ci fossero i libri di tutta la classe. La casa era vuota, come sempre a quell'ora. Mia madre lavorava fino alle sette, mio padre non c'era più da quando avevo nove anni, e il silenzio dell'appartamento mi accoglieva ogni pomeriggio come un vecchio amico che non ha bisogno di presentazioni.

Mi buttai sul letto e composi il numero di Erika. Rispose al secondo squillo.

«Ciao, amore.» La sua voce era una boccata d'aria fresca. «Come è andata?»

«Male.» Chiusi gli occhi. «Mi ha fatto aspettare in biblioteca per mezz'ora. Voleva il compito di matematica. Poi mi ha detto che devo coprirgli le assenze.»

«Ma è assurdo.» Sentii il fruscio di qualcosa, forse si stava sedendo sul suo letto. «Perché non vai dal preside? Perché non dici niente?»

«Perché peggiorerebbe tutto.»

«Hermes...»

«Lo so.» Non lo sapevo. Ma era quello che dicevo sempre.

Erika sospirò. Era un sospiro che conoscevo bene, quello che faceva quando voleva aiutarmi e non sapeva come. «Oggi al negozio è entrata una signora che voleva un mazzo di rose gialle per il suo cane. Diceva che era il compleanno del cane. Le ho fatte pagare la metà perché mi ha fatto ridere.»

Sorrisi, nonostante tutto. «Solo tu.»

«Solo io cosa?»

«Riesci a trovare il buono anche nei cani con le rose gialle.»

Lei rise. Una risata leggera, cristallina. «Ti racconto un'altra cosa. Alessandra mi ha chiamata oggi. Vuole che esca con lei e i suoi amici sabato. Dice che devo distrarmi.»

«E tu?»

«Ho detto che ci pensavo.» Una pausa. «Non mi piace come tratta te, lo sai. Dice che sei noioso. Che non capisce cosa ci trovo.»

«Forse ha ragione.»

«Non ha ragione.» La sua voce si fece più ferma. «Non dire così. Sei la persona più dolce che conosco. E non m'importa cosa pensa Alessandra.»

Restammo in silenzio un momento. Dalla strada arrivava il rumore di un motorino, poi il clacson di un'auto. Il sole entrava dalla finestra e disegnava un rettangolo giallo sul pavimento.

«Ti va se ti racconto del bullo?» chiesi.

«Sempre.»

«Oggi mi ha chiamato *scemo* davanti a tutti. E poi, quando gli ho chiesto perché ce l'ha con me, mi ha risposto che è perché non dico mai di no.»

«Che stronzo.»

«Sì.»

«Come si chiama?» La domanda arrivò dopo una pausa più lunga del solito. «Non me l'hai mai detto, in tutti questi mesi.»

Guardai il soffitto. C'era una crepa che andava dall'angolo alla lampada, e mi chiesi quanto ci volesse perché il tetto cedesse.

«Non ha importanza,» dissi.

«Per me sì.»

«Erika...»

«No, ascolta.» Si sentì un rumore, come se si fosse alzata. «Ti racconti di questo tizio da settembre. Di come ti tratta. Di come ti fa sentire. E io non so nemmeno chi è. Non so se è alto, se è basso, se è il capitano della squadra o uno qualunque. Mi sembra strano, tutto qui.»

«È solo un ragazzo della scuola.»

«Un ragazzo della scuola che ti fa i dispetti da mesi.»

«Sì.»

«E non vuoi dirmi il nome.»

«No.»

Un altro silenzio. Questo era diverso, più pesante. Sentivo che stava pensando a qualcosa, che stava mettendo insieme dei pezzi. Ma non potevo sapere quali.

«Va bene,» disse alla fine. «Non importa.»

Non era vero. Lo sentivo dalla voce. Ma non insistette, e io fui grato per questo.

---

Quella sera, mentre cenavo da solo davanti alla TV accesa su un canale di documentari sugli squali, il telefono vibrò. Un messaggio di Marcus.

*Domani portami anche il compito di italiano. E passa da casa mia alle 7, devo dirti una cosa.*

Guardai lo schermo per un minuto intero. Poi risposi.

*Ok.*

Non sapevo cosa volesse. Non sapevo perché mi avesse scritto invece di aspettare domani a scuola. Ma quella era la cosa che facevo, no? Non dicevo mai di no.

E mentre spegnevo la TV e mi infilavo sotto le coperte, pensai a Erika. A come la sua voce mi faceva sentire meno solo. A come, per qualche motivo che non riuscivo a spiegare, non le avevo mai detto il nome del ragazzo che mi rendeva la vita impossibile.

Forse perché una parte di me sapeva già che, se gliel'avessi detto, qualcosa sarebbe cambiato. E non ero sicuro di volerlo scoprire.



18views

Watch this moment

Turn the current scene into a cinematic Live Chapter — what you watch becomes the story's next part.

Comments

Sign in to join the conversation.

No comments yet. Be the first to share your thoughts.

Disclaimer

This is a work of fiction, assisted by artificial intelligence. Any names or characters, businesses or places, events or incidents, are fictitious. Any resemblance to actual persons, living or dead, or actual events is purely coincidental.

Content Removal Policy

  • Users may report content that may be illegal or violates our Standards.
  • All reported complaints will be reviewed and resolved within seven business days.
  • Review Process: Our team will assess the reported content against our guidelines.
  • Appeals: If you disagree with a decision, you may appeal within 14 days of notification.
  • Potential outcomes include: content removal, account warning, or no action if no violation is found.

To report content, email us at [email protected]