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Glass Promises
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Published 9/29/2026
Non ero mai stato uno di quelli che controllano il telefono della propria ragazza. Mai. Nemmeno quando Giulia mi raccontava delle serate con le amiche, di quel tipo che le aveva offerto da bere, del buttafuori che le aveva fatto un complimento. Ridevo, le dicevo di stare attenta, e mi fidavo. Perché di lei mi fidavo davvero.
Quella sera però qualcosa era diverso.
Era stata tutta la settimana a parlarmi di questa festa. Il locale nuovo in centro, quello con le luci al neon e la pista che sembra un set cinematografico. Mi aveva mostrato il vestito tre giorni prima, tirandolo fuori dalla busta come se fosse un trofeo. Nero, corto, con quelle strisce di tessuto che lasciavano intravedere la pelle sotto. Non trasparente, aveva detto. Semitrasparente, aveva precisato, con quel sorriso che voleva dire tante cose.
«Ti piace?» mi aveva chiesto, tenendolo contro il corpo.
«È bello» avevo risposto. E lo pensavo. Come no.
Ma quella sera, mentre mi passava davanti in corridoio per l'ultima occhiata allo specchio, il vestito sembrava un'altra cosa. La luce del bagno lo attraversava. Le vedevo i capezzoli. Non fraintendetemi, non è che mi scandalizzassi. Giulia ha un corpo che merita di essere guardato, e io ero il primo a goderne. Solo che quella sera c'era qualcosa nei suoi occhi che non avevo mai visto prima.
«Sei sicura di voler uscire così?» le ho chiesto. Una domanda innocente. O almeno, volevo che sembrasse tale.
Si è girata verso di me con il rossetto ancora da finire, metà labbra rosse e metà no. «Come sarebbe a dire?»
«Niente. Solo che... è molto corto.»
«Luca.» Ha posato il rossetto sul lavandino. «L'abbiamo comprato insieme. Ti piaceva.»
«Infatti mi piace. È solo che...»
«Che cosa?»
Non sapevo cosa dire. Non volevo passare per quello geloso, per il fidanzato possessivo che fa la lista delle cose che la sua ragazza può o non può mettere. Non ero quel tipo. O almeno, non volevo esserlo.
«Niente. Divertiti.»
Lei mi ha guardato per un secondo di troppo. Poi ha sorriso, si è avvicinata e mi ha dato un bacio sulle labbra. Veloce, con il sapore del rossetto appena messo. «Torno presto» ha detto. «Massimo alle tre.»
Sono le due e quarantasette.
Sono seduto sul divano con il telefono in mano. La TV è accesa su un canale di documentari, qualcosa sui leoni nella savana, ma non la sto guardando. Sto guardando lo schermo del telefono. La chat con Giulia. L'ultimo messaggio è mio, mandato alle undici e mezza. Tutto bene? Nessuna risposta.
Non è strano. In discoteca non senti il telefono. Lo so. Ci sono stato anch'io, tante volte. La musica ti entra nelle ossa, le luci ti accecano, e l'ultima cosa che ti viene in mente è controllare WhatsApp. È normale. È normalissimo.
Allora perché ho aperto Instagram?
Non lo so nemmeno io. Forse perché il documentario sui leoni era noioso. Forse perché avevo finito le sigarette e non avevo voglia di scendere a comprarne altre. Forse perché una vocina dentro di me, quella che di solito ignoro, mi diceva di guardare.
E l'ho vista.
La storia di una tipa che non conosco, una certa Martina, amica di un'amica di Giulia. Le storie suggerite, quelle che Instagram ti mette lì davanti senza che tu abbia chiesto niente. E in quella storia, in un angolo, c'era Giulia.
Stava ballando.
Non da sola. Con un tipo. Alto, capelli scuri, camicia bianca aperta sui primi bottoni. Le mani di lui sui fianchi di lei. Il corpo di lei che si muoveva contro quello di lui, avanti e indietro, lento, come se fossero soli in quella pista. Il vestito nero che lasciava poco all'immaginazione sotto le luci stroboscopiche.
Ho guardato quella storia tre volte. Quattro. Cinque.
Poi ho messo mi piace. Un like. Come un cretino.
Non so perché l'ho fatto. Forse volevo che lei lo vedesse. Forse volevo che sapesse che io sapevo. Forse volevo solo punirmi, guardare quella scena ancora e ancora finché non mi fosse entrata nel cervello e non mi avesse fatto male abbastanza.
Ho chiuso Instagram. Ho aperto WhatsApp. Nessun messaggio. Ho ri aperto Instagram. La storia era ancora lì, con il mio like sopra, quel cuoricino rosso che mi sembrava una confessione.
Sono le tre e dodici.
La porta si apre. Giulia entra ridendo, con le scarpe in mano e i capelli tutti scompigliati. Ha le guance rosse e gli occhi lucidi. Si ferma sulla soglia quando mi vede sul divano.
«Non dormi?»
«No.»
«Ti ho detto che tornavo tardi.» Si avvicina, si china per darmi un bacio. Sa di alcol e di fumo. E di qualcos'altro. Un profumo che non è il suo.
«Ti sei divertita?»
«Moltissimo.» Va in cucina, apre il frigo, prende una bottiglia d'acqua. Beve a canna, con la testa all'indietro. La vedo inghiottire. «C'era un sacco di gente. Non immaginavo.»
«Con chi eri?»
«Con le ragazze. Te l'ho detto.»
«Solo con le ragazze?»
Si gira verso di me. La bottiglia a metà, le labbra bagnate. «Perché me lo chiedi?»
«Così.»
«Luca, che c'è?»
Niente. Non c'è niente. Voglio dirle che ho visto la storia. Voglio dirle che ho visto quel tipo con le mani addosso a lei, che ho visto come si muoveva, che ho visto tutto. Voglio chiederle chi era, cosa voleva, se l'ha baciato, se è andata oltre. Voglio urlare. Voglio fare una scenata. Voglio essere quel tipo di uomo che non sono mai stato.
Invece dico: «Niente. Sono stanco. Andiamo a letto.»
Lei mi guarda per un momento. Poi sorride, quel sorriso che mi ha fatto innamorare due anni fa, e dice: «Sì, andiamo.»
Si toglie il vestito davanti a me. Lentamente. Come se niente fosse. E io la guardo, e la desidero, e la odio, tutto nello stesso momento. Perché so che domani farò finta di niente. So che lascerò passare. So che sarò di nuovo il fidanzato tranquillo, quello che si fida, quello che non controlla.
Ma stanotte, mentre lei si infila sotto le coperte e mi volta le spalle, io resto sveglio a fissare il soffitto.
E penso a quel tipo. Alla sua camicia bianca. Alle sue mani.
E a quel cuoricino rosso che ho lasciato sulla storia, come una firma. Come una dichiarazione di guerra che nessuno ha ancora raccolto.
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This is a work of fiction, assisted by artificial intelligence. Any names or characters, businesses or places, events or incidents, are fictitious. Any resemblance to actual persons, living or dead, or actual events is purely coincidental.
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