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Bass Blood Secrets
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Published 11/6/2026
Maddalena si è chinata per raccogliere la spugna che le era caduta, e io le ho guardato il culo. Non potevo farne a meno. Era lì, tondo, due palle di carne bianca che spingevano contro il tessuto sottile dei leggings neri, e la maglietta corta le risaliva sulla schiena scoprendo una striscia di pelle sopra i fianchi. Si è rialzata con un grugnito e ha buttato la spugna nel secchio.
«Porca troia, 'sto pavimento è un incubo,» ha detto, passandosi il dorso della mano sulla fronte. Aveva le guanciotte rosse, come sempre quando si sforzava. Due mele cotte ai lati di un viso che non riusciva a essere serio nemmeno quando imprecava.
«Se lo lavi più spesso, non ti tocca sfacchinare così,» ho risposto dal bancone, senza alzare gli occhi dal registro.
«Sì, vabbè, parla tu che non fai un cazzo tutto il giorno.»
Non era vero. Io facevo un sacco di cose. Gestivo la cassa, i conti, le ordinazioni, i fornitori che chiamavano sempre nei momenti peggiori. Ma lei non lo vedeva. Per Maddalena, se non avevi le mani sporche di detersivo, non stavi lavorando. Aveva una scala di valori tutta sua, semplice e testarda, e non c'era modo di fargliela cambiare.
Il bar era quasi vuoto. Martedì pomeriggio, tre e mezza, la morte civile. Un vecchio in fondo alla sala leggeva il giornale e ogni tanto ordinava un altro caffè che poi lasciava raffreddare. Fuori pioveva, una pioggia fine che rendeva tutto grigio e appiccicoso. Odore di detersivo al limone e di caffè bruciato. Maddalena ha preso lo straccio e ha iniziato a pulire i tavoli con movimenti circolari, il braccio che andava avanti e indietro come un metronomo.
La conoscevo da quattro anni. Lavoravamo insieme da quando avevo preso in gestione questo buco di bar in via dei Mille, una traversa che non portava da nessuna parte se non a un parcheggio e a un condominio di vecchi. Lei era arrivata il primo giorno, mandata da un'agenzia, e non se n'era più andata. Non perché il lavoro fosse bello. Perché non aveva voglia di cercare altro. Maddalena non aveva voglia di fare un cazzo, a parte mangiare, dormire e scopare. Questo lo diceva lei, non io. Con una sincerità che a volte mi faceva ridere e a volte mi faceva incazzare.
«Hai sentito della Silvia?» ha chiesto, senza smettere di pulire.
«Che ha fatto?»
«Torna. Venerdì.»
Mi sono fermato. La penna mi è rimasta a mezz'aria sopra il registro.
«Chi te l'ha detto?»
«Mi ha scritto. Ieri sera.»
Ha buttato lo straccio nel secchio e si è avvicinata al bancone, asciugandosi le mani sui fianchi. I leggings le segnavano ogni curva, e le cosce si toccavano mentre camminava. Non era grassa, Maddalena. Era fatta così. Bassa, compatta, con un corpo che sembrava progettato per occupare spazio. Le tette le spingevano contro la maglietta senza reggiseno, due pesche mature che ondeggiavano appena a ogni passo. E il culo. Cristo, il culo. Due masse che sfidavano la gravità, che ti facevano venire voglia di afferrarle con entrambe le mani e stringere.
«E cosa vuole?» ho chiesto.
«Boh. Ha detto che ha finito il lavoro a Roma e che torna quaggiù. Mi ha chiesto se può stare da me per un po'.»
«E tu?»
«Le ho detto sì. Che dovevo dirle? È mia amica.»
Amica. Silvia e Maddalena erano amiche da prima che io conoscessi Maddalena. Si erano conosciute a un corso di italiano per stranieri, anni fa, quando Silvia era appena arrivata dalla Romania. Maddalena le aveva insegnato le parolacce, Silvia le aveva insegnato a non fidarsi di nessuno. Erano diventate inseparabili, poi Silvia se n'era andata a Roma per lavoro, e Maddalena era rimasta qui, a pulire pavimenti e a lamentarsi del mondo.
Ma io sapevo. Sapevo cosa c'era tra loro. Non me l'aveva detto nessuno, l'avevo capito. Certe cose si vedono. Nel modo in cui Maddalena parlava di Silvia, con una luce negli occhi che non aveva mai quando parlava di altro. Nel modo in cui Silvia, quando veniva a trovarci, la guardava. Come se volesse mangiarla.
«Sei contenta?» le ho chiesto.
«Sì. No. Boh.» Ha scrollato le spalle. «È complicato.»
«Complicato come?»
«Complicato e basta. Non ti impicciare.»
Si è girata e ha ripreso a pulire. Io sono rimasto lì, con la penna in mano e la testa altrove. Silvia. Alta, magra, capelli neri lunghi fino al culo, occhi scuri che ti bucavano. Una volta, l'estate scorsa, era venuta a passare una settimana. Una settimana in cui Maddalena aveva lavorato come una matta e io avevo fatto la cassa e Silvia era stata seduta al tavolo in fondo a leggere romanzi in rumeno e a bere caffè. E ogni tanto alzava lo sguardo verso Maddalena, e Maddalena arrossiva come una ragazzina.
Non era successo niente, quella settimana. O forse sì, ma non davanti a me. Fatto sta che quando Silvia era ripartita, Maddalena aveva pianto per due giorni. Due giorni di occhi gonfi e naso rosso e clienti che chiedevano se stesse bene. E poi aveva smesso, come se niente fosse, e non aveva più nominato Silvia per mesi.
Adesso tornava.
Ho chiuso il registro e mi sono versato un bicchiere d'acqua. Il vecchio in fondo alla sala ha tossito, ha piegato il giornale e se n'è andato senza pagare. Non me ne sono accorto. Guardavo Maddalena che strofinava lo stesso tavolo da cinque minuti, con una forza che non serviva a niente.
«Lo sai che ti farà male,» ho detto.
«Che ne sai tu.»
«Lo so e basta.»
Si è fermata. Ha appoggiato lo straccio sul tavolo e si è girata verso di me. Le guance le erano diventate ancora più rosse, ma non per lo sforzo. Per la rabbia.
«Non sai un cazzo,» ha detto. «Non sai cosa c'è stato tra me e lei. Non sai perché è andata via. Non sai niente.»
«Allora dimmelo.»
«No.»
Ha preso il secchio e è andata verso il retro, dove c'è il piccolo sgabuzzino che usiamo come magazzino. L'ho sentita sbattere la porta. Poi silenzio. Poi il rumore dell'acqua che scorreva nel lavandino.
Sono rimasto solo nel bar vuoto, con la pioggia che batteva sulle vetrine e il ronzio del frigo che copriva ogni altro suono. Ho pensato a Silvia. A come sarebbe stato rivederla. A come sarebbe stato vederla entrare da quella porta, alta e sicura di sé, con quel sorriso che sembrava sempre dire che ne sapeva più di te. E a come sarebbe stato vedere Maddalena sciogliersi come neve al sole, dimenticarsi di tutto, anche di me.
Perché io c'ero, in tutto questo. Ero l'amico, il socio, quello che teneva i conti e aggiustava il rubinetto che perdeva e ascoltava Maddalena lamentarsi dei clienti. Ero quello che c'era sempre. Ma non ero quello che lei voleva.
Lo sapevo da tempo. Non era una novità. Ma ogni volta che ci pensavo, mi sentivo come se qualcuno mi avesse dato un pugno nello stomaco.
Sono andato alla porta del retro e ho bussato.
«Maddalena.»
«Vaffanculo.»
«Ho bisogno di sapere se ordinare più caffè. Se viene Silvia, magari beve.»
Silenzio. Poi la porta si è aperta di uno spiraglio. Il viso di Maddalena è apparso, ancora rosso, ma con gli occhi lucidi.
«Sì, ordina più caffè,» ha detto. «E anche quelle merendine che le piacciono. Quelle al cioccolato.»
«Quelle che piacciono a te.»
«Sì, vabbè, quelle.»
Ha chiuso la porta. Ma non l'ha sbattuta. Era un buon segno.
Sono tornato al bancone e ho scritto la lista delle cose da ordinare. Caffè, merendine, latte, zucchero. Roba normale. Ma mentre scrivevo, pensavo a Silvia che entrava da quella porta, alta e magra, con i capelli che le cadevano sulle spalle e quel modo di camminare che faceva girare tutti. E pensavo a Maddalena che la guardava, con gli occhi che brillavano, e a me che guardavo Maddalena.
Tre persone in un bar di merda, in una città di merda, in un martedì pomeriggio di pioggia.
Venerdì sembrava lontano. Ma sarebbe arrivato. E io non ero pronto.
Il campanello della porta ha tintinnato. Mi sono girato. Era una ragazza, giovane, bagnata fradicia, con uno zaino enorme sulle spalle. Ha chiesto se avevamo un bagno. Le ho indicato quello in fondo. Si è seduta a un tavolo e ha ordinato un tè. Mentre aspettava, ha tirato fuori il telefono e si è messa a scrivere. Io ho preparato il tè e gliel'ho portato.
«Grazie,» ha detto, senza alzare gli occhi.
Sono tornato al bancone. Maddalena è uscita dal retro. Si era sistemata i capelli, legati in una coda alta che le scopriva il collo. Aveva ancora gli occhi rossi, ma non piangeva più.
«Scusa,» ha detto.
«Non importa.»
«No, scusa davvero. Non dovevo urlarti addosso.»
«Hai urlato?»
«Sì, ti ho detto vaffanculo.»
«Ah, quello. Non me lo ricordo nemmeno.»
Ha sorriso. Un sorriso piccolo, appena accennato, ma era qualcosa. Si è seduta sullo sgabello accanto al mio e ha appoggiato i gomiti sul bancone.
«Che facciamo per cena?» ha chiesto.
«Non lo so. Cosa ti va?»
«Pizza.»
«Ancora pizza?»
«Sì. Con la mozzarella e i pomodorini. E le olive.»
«Sei una donna di abitudini.»
«Sono una donna che sa quello che vuole.»
L'ha detto con una tale convinzione che mi sono messo a ridere. E lei ha riso con me. E per un momento, solo per un momento, è stato come se Silvia non dovesse tornare mai più.
Ma sapevo che non era vero.
Il venerdì è arrivato in fretta. Troppo in fretta. Mi sono svegliato presto, ho fatto colazione, mi sono vestito con più cura del solito. Non so perché. Forse volevo fare bella figura. Forse volevo che Silvia mi vedesse e pensasse che ero cambiato. O forse volevo solo sentirmi meno invisibile.
Ho aperto il bar alle sette. Maddalena è arrivata alle otto e mezza, con i capelli ancora bagnati e una maglietta pulita. Si era truccata. Poco, solo un po' di mascara e un lucidalabbra. Ma si vedeva che ci aveva messo impegno.
«Sei in ritardo,» ho detto.
«Sono le otto e mezza. Apri alle sette. Non è ritardo se non c'è nessuno.»
«C'era il solito vecchio.»
«Il solito vecchio non conta.»
Ha preso il grembiule e se l'è legato intorno alla vita. Il nodo le stringeva i fianchi, facendo risaltare ancora di più il culo. Ho distolto lo sguardo.
«A che ora arriva?» ho chiesto.
«Undici. Il treno arriva alle undici.»
«La vai a prendere?»
«No, viene da sola. Prende il bus.»
«Ah.»
Silenzio. Ho iniziato a preparare il caffè. Maddalena ha sistemato i tavoli, ha controllato che i bagni fossero puliti, ha messo a posto le sedie. Faceva tutto con una fretta nervosa, come se avesse paura di fermarsi. Ogni tanto guardava l'orologio. Le undici non arrivavano mai.
«Sei nervosa,» ho detto.
«No.»
«Sì.»
«Vabbè, sono nervosa. E allora?»
«Niente. È normale.»
Si è fermata e mi ha guardato. «Tu sei geloso?»
La domanda mi ha preso alla sprovvista. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché se sei geloso, è un problema tuo,» ha continuato. «Io e te siamo amici. Siamo soci. Non c'è altro.»
«Lo so.»
«Bene.»
«Bene.»
Ha ripreso a sistemare le sedie. Io ho finito di preparare il caffè e l'ho messo nella caraffa. Il bar era ancora vuoto. Fuori c'era il sole, un sole pallido che non scaldava. La pioggia dei giorni scorsi era solo un ricordo.
Alle undici in punto, la porta si è aperta.
Silvia è entrata come se il bar fosse suo. Alta, magra, con un cappotto nero che le arrivava alle ginocchia e gli stivali che facevano rumore sul pavimento. I capelli neri, lunghi, sciolti sulle spalle. Gli occhi scuri che hanno scandagliato la sala in un secondo, trovando Maddalena, trovando me, e poi fermandosi su Maddalena.
«Ciao,» ha detto.
Maddalena non ha risposto. È rimasta immobile, con una sedia in mano, a guardarla. Poi ha posato la sedia e le è andata incontro. Si sono abbracciate. Un abbraccio lungo, stretto, con le mani di Silvia che si chiudevano sulla schiena di Maddalena e il viso di Maddalena affondato nel collo di Silvia. Ho visto le labbra di Silvia muoversi, sussurrare qualcosa che non ho sentito. Ho visto Maddalena annuire, appena.
Poi si sono staccate. Silvia ha guardato me.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene. Tu?»
«Stanca. Il treno era in ritardo. E il bus era pieno di vecchi.»
«Mi dispiace.»
«Non importa. Sono qui.»
Ha sorriso. Un sorriso che non era per me. Era per Maddalena, che le stava accanto, che la guardava come se fosse appena atterrata da un altro pianeta.
«Ti preparo un caffè?» ho chiesto.
«Volentieri. Corretto, se ce l'hai.»
«Ce l'ho.»
Sono andato dietro il bancone. Ho preso la bottiglia del brandy e ne ho versato un po' nel caffè. Gliel'ho portato. Silvia si era seduta al tavolo vicino alla finestra, quello dove si sedeva sempre. Maddalena le si è seduta di fronte. Io sono rimasto in piedi, a guardarle.
«Allora,» ha detto Silvia, dopo aver bevuto un sorso. «Raccontami tutto. Cosa è successo in questi mesi?»
«Niente,» ha detto Maddalena. «Sempre la stessa vita. Lavoro, casa, dormire.»
«E lui?» Silvia ha indicato me con un cenno del capo.
«Lui è lui. Sta qui.»
«Lo vedo.»
Silvia mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso di nuovo.
«Sei sempre così silenzioso?»
«Dipende.»
«Da cosa?»
«Da chi c'è intorno.»
Maddalena ha riso. Silvia no. Ha continuato a guardarmi, con quegli occhi scuri che sembravano leggere dentro di me.
«Mi ricordo di te,» ha detto. «L'estate scorsa. Eri sempre qui, dietro quel bancone. A guardare.»
«A guardare cosa?»
«Tutto. Maddalena. Me. Il bar. Guardavi tutto.»
«È il mio lavoro.»
«No, non è il tuo lavoro. È qualcos'altro.»
Non ho risposto. Silvia ha bevuto un altro sorso di caffè.
«Comunque,» ha detto, rivolta a Maddalena, «ho bisogno di una doccia e di dormire. Il viaggio mi ha distrutta.»
«Ti accompagno a casa,» ha detto Maddalena, alzandosi.
«No, finisci il turno. Ho le chiavi. Vado da sola.»
«Sicura?»
«Sicura. Ci vediamo stasera.»
Si è alzata. Ha preso la valigia che aveva lasciato vicino alla porta. Prima di uscire, si è girata verso di me.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Ci vediamo.»
«Sì.»
È uscita. La porta si è chiusa alle sue spalle. Maddalena è rimasta in piedi, a guardare la porta, come se aspettasse che rientrasse.
«È cambiata,» ho detto.
«No. È sempre la stessa.»
«A me sembra cambiata.»
«Tu non la conosci.»
«Vero.»
Maddalena si è seduta di nuovo. Ha preso il caffè di Silvia, quello che aveva lasciato a metà, e l'ha bevuto. Poi ha appoggiato la tazza e ha sospirato.
«Stasera viene a cena,» ha detto. «Vuoi venire anche tu?»
«No.»
«Perché?»
«Perché non è casa mia.»
«Ma sei mio amico.»
«Appunto.»
Mi ha guardato. Non ha detto niente. Poi ha annuito, come se avesse capito. Ma non aveva capito. Non poteva capire.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena era distratta. Sbagliava gli ordini, dimenticava di incassare, guardava fuori dalla finestra come se aspettasse qualcuno. Alle sei ha chiuso il registratore di cassa e si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita. Sono rimasto solo nel bar. Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori l'aria era fredda. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena che camminava verso casa, con Silvia che l'aspettava. Ho pensato a cosa avrebbero fatto. A cosa si sarebbero dette. A cosa sarebbe successo.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La sera ho mangiato da solo. Pasta al tonno, un bicchiere di vino, la TV accesa su un canale che non guardavo. Il telefono è rimasto silenzioso. Nessun messaggio. Nessuna chiamata. Ho pensato di scrivere a Maddalena, ma non l'ho fatto. Non volevo sembrare patetico.
Mi sono addormentato sul divano, con la TV ancora accesa.
Il sabato mattina mi sono svegliato presto. Mi sono fatto la doccia, mi sono vestito, sono andato al bar. Maddalena era già lì. Strano, di solito arrivava sempre dopo di me. Era seduta a un tavolo, con una tazza di caffè davanti, e guardava fuori dalla finestra.
«Buongiorno,» ho detto.
Si è girata. Aveva un sorriso strano, un sorriso che non le avevo mai visto prima.
«Buongiorno,» ha detto.
«Come è andata ieri sera?»
«Bene.»
«Solo bene?»
«Sì. Bene.»
Ha bevuto un sorso di caffè. Io ho preso il grembiule e ho iniziato a preparare la macchina del caffè.
«Silvia dorme ancora?» ho chiesto.
«No, è uscita. È andata a fare una passeggiata.»
«Ah.»
«Ha detto che vuole cercare lavoro qui.»
Mi sono fermato. «Qui?»
«Sì. Qui. In città.»
«Perché?»
«Perché vuole restare.»
«Restare quanto?»
«Non lo so. Un po'.»
Ho ripreso a preparare il caffè. Le mani mi tremavano appena. Silvia che restava. Silvia che cercava lavoro. Silvia che non se ne andava. Non era quello che avevo previsto.
«E tu cosa ne pensi?» ho chiesto.
«Penso che sia una buona idea.»
«Davvero?»
«Sì. Perché?»
«Niente.»
Maddalena ha finito il caffè e si è alzata. È venuta verso il bancone e si è seduta sullo sgabello accanto al mio.
«Sei strano,» ha detto.
«Sono normale.»
«No, sei strano. Da ieri. Da quando è arrivata Silvia.»
«Non è per Silvia.»
«E per cosa allora?»
«Per niente.»
Mi ha guardato. Con quei suoi occhi scuri, che non erano belli come quelli di Silvia, ma che avevano qualcosa. Una dolcezza che Silvia non aveva. Una semplicità che ti faceva venire voglia di proteggerla.
«Ti sei mai chiesto perché sono qui?» ha detto.
«Perché lavori qui.»
«No. Perché sono rimasta qui. Dopo che Silvia è andata via.»
«Perché non avevi voglia di cercare altro.»
«Sì, anche. Ma non solo.»
Si è morduta il labbro. Un gesto che faceva sempre quando era nervosa.
«Quando Silvia è andata via,» ha continuato, «mi sono sentita persa. Non sapevo cosa fare. Non sapevo chi ero. Lei era tutto per me. Tutto. E quando se n'è andata, mi sono ritrovata sola.»
«Non eri sola. C'ero io.»
«Lo so. Ma non è la stessa cosa.»
«Lo so che non è la stessa cosa.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse dirmi qualcosa. Qualcosa di importante. Ma poi ha scosso la testa e ha sorriso.
«Vabbè,» ha detto. «Andiamo a lavorare.»
Si è alzata e ha preso il grembiule. Io sono rimasto seduto, a guardarla mentre si legava il nodo intorno alla vita. Il culo che spingeva contro i leggings. Le guance rosse. I capelli legati in una coda che le scopriva il collo.
Ho pensato a Silvia. A come la guardava. A come l'avrebbe toccata. A come l'avrebbe fatta sentire.
E ho pensato a me. A come l'avrei guardata io. A come l'avrei toccata io. A come l'avrei fatta sentire io.
Ma non era quello che voleva.
Il sabato è passato veloce. Più clienti del solito, il mercato in piazza, la gente che entrava per un caffè veloce e usciva subito. Maddalena lavorava sodo, senza lamentarsi, con una energia che non le vedevo da mesi. Ogni tanto guardava il telefono. Ogni tanto sorrideva da sola.
Alle tre è arrivata Silvia.
Era vestita con una gonna nera corta e una camicetta bianca, e i capelli erano legati in una coda alta. Sembrava uscita da una rivista. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un caffè. Maddalena le è andata incontro e si sono messe a parlare. Io le guardavo dal bancone. Parlavano fitto, a voce bassa, ogni tanto ridevano. Silvia ha messo una mano sul braccio di Maddalena. Maddalena non si è ritratta.
Ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Alle cinque Silvia se n'è andata. Maddalena è venuta al bancone.
«Stasera vieni a cena?» ha chiesto.
«No.»
«Perché?»
«Perché ho da fare.»
«Che devi fare?»
«Cose.»
«Che cose?»
«Cose mie.»
Mi ha guardato. Sapeva che mentivo. Ma non ha insistito.
«Come vuoi,» ha detto. «Però ti perdi la mia pasta al forno.»
«Un'altra volta.»
«Un'altra volta.»
È andata a servire un cliente. Io sono rimasto al bancone, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
La domenica il bar era chiuso. Mi sono svegliato tardi, ho fatto colazione, ho letto il giornale. Il telefono è rimasto silenzioso. Nessun messaggio. Nessuna chiamata. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Nel pomeriggio sono uscito. Ho camminato senza meta, per le strade del centro, tra la gente che passeggiava e i negozi aperti. Sono passato davanti al cinema, alla chiesa, al parco. Ho visto coppie che si tenevano per mano, famiglie con i bambini, vecchi seduti sulle panchine. Tutti sembravano avere un posto dove andare. Tutti tranne me.
Sono tornato a casa prima di sera. Ho mangiato un panino, ho bevuto una birra, ho guardato un film che non ricordo. Poi mi sono addormentato.
Il lunedì mattina ho aperto il bar come sempre. Maddalena è arrivata alle otto e mezza. Era raggiante. Aveva gli occhi che brillavano e un sorriso che non riusciva a nascondere.
«Buongiorno,» ha detto.
«Buongiorno.»
«Come stai?»
«Bene. Tu?»
«Benissimo.»
Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io la guardavo. Era diversa. Più leggera. Più felice. Come se le fosse stato tolto un peso dalle spalle.
«Allora,» ho detto, «com'è andata la cena?»
«Bene. Silvia ha cucinato. Una roba rumena, non so come si chiama. Buonissima.»
«Ah.»
«E poi abbiamo parlato. Tanto. Fino a notte tarda.»
«Di cosa?»
«Di tutto. Di noi. Di quando eravamo più giovani. Delle cose che sono successe.»
«Quali cose?»
Mi ha guardato. Il sorriso le è scomparso dalla faccia.
«Non ti riguarda,» ha detto.
«Lo so che non mi riguarda. Ma te lo chiedo lo stesso.»
«Perché?»
«Perché sono tuo amico.»
«Appunto. Sei mio amico. Non devi sapere tutto.»
«Ma voglio sapere.»
«Perché?»
«Perché...»
Non ho finito la frase. Non sapevo come finirla. Maddalena mi ha guardato per un momento, poi ha scosso la testa.
«Lascia perdere,» ha detto. «Andiamo a lavorare.»
Ha preso lo straccio e è andata verso i tavoli. Io sono rimasto al bancone, con la bocca aperta e le parole bloccate in gola.
Il martedì è arrivata Silvia. Si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Io le guardavo. Parlavano, ridevano, si toccavano. Silvia le ha messo una mano sulla guancia. Maddalena ha chiuso gli occhi. Per un momento, solo per un momento, ho pensato che stessero per baciarsi. Ma non l'hanno fatto. Non davanti a me.
Ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Il mercoledì Silvia è venuta di nuovo. Il giovedì anche. Il venerdì pure. Ogni giorno, sempre alla stessa ora, sempre allo stesso tavolo. Maddalena le andava incontro, si sedevano insieme, parlavano per ore. Io le guardavo dal bancone. E ogni giorno mi sentivo più invisibile.
Il sabato sera ho deciso di seguirle.
Non so perché l'ho fatto. Forse volevo solo vedere. Forse volevo capire. Forse volevo farmi del male. Fatto sta che le ho seguite. Dopo la chiusura, Maddalena è uscita con Silvia. Si sono incamminate verso casa. Io le ho seguite a distanza, con il cuore che batteva forte e le mani sudate.
Sono arrivate a un palazzo, in una via laterale. Sono entrate. Ho aspettato fuori, in un angolo buio, con il freddo che mi entrava nelle ossa. Ho aspettato un'ora. Due ore. Non so cosa aspettavo. Forse aspettavo che uscissero. Forse aspettavo che succedesse qualcosa.
Poi ho visto la luce accendersi a una finestra del secondo piano. Ho visto due ombre muoversi dietro le tende. Ho visto una delle ombre avvicinarsi all'altra. Ho visto le due ombre diventare una sola.
Sono rimasto lì, immobile, a guardare quella finestra. Il cuore mi batteva così forte che pensavo mi sentissero. Le mani mi tremavano. Gli occhi mi bruciavano.
Poi mi sono girato e sono andato via.
Ho camminato per le strade vuote, senza meta, con la testa piena di immagini che non volevo vedere. Maddalena e Silvia. Silvia e Maddalena. Insieme. Come avevo sempre saputo. Come avevo sempre temuto.
Sono arrivato a casa all'alba. Mi sono buttato sul letto, vestito, e ho fissato il soffitto fino a quando il sole è sorto.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
La domenica non sono uscito. Ho spento il telefono. Ho chiuso le tende. Ho dormito a tratti, tra incubi e pensieri. Quando mi sono svegliato, era sera. Avevo la bocca secca e la testa pesante. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e mi sono guardato allo specchio. Ero pallido, con gli occhi cerchiati e la barba lunga. Non mi riconoscevo.
Il lunedì sono andato al bar. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Minacciava pioggia.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era vestita con i jeans e una maglietta nera. I capelli sciolti sulle spalle. È entrata e si è seduta al solito tavolo. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un caffè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il caffè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il martedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il mercoledì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il giovedì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il venerdì mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno cambiava. Maddalena era con Silvia. Si baciavano. Si toccavano. E io ero lì, a guardare, invisibile.
Mi sono svegliato sudato, con il cuore che batteva forte. Ho guardato l'orologio. Le quattro del mattino. Mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d'acqua, sono tornato a letto. Ma non ho più dormito.
Il sabato mattina sono andato al bar con gli occhi rossi e la testa pesante. Maddalena era già lì. Mi ha guardato e ha capito subito che qualcosa non andava.
«Che hai?» ha chiesto.
«Niente.»
«Sei pallido.»
«Ho dormito male.»
«Di nuovo?»
«Sì.»
«Ti sei ammalato?»
«No.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Non ha insistito. Ha preso il grembiule e si è messa a lavorare. Io sono rimasto al bancone, a guardare fuori dalla finestra. Il cielo era grigio. Pioveva.
A mezzogiorno è arrivata Silvia. Era bagnata fradicia. Si è seduta al solito tavolo e ha ordinato un tè. Maddalena le è andata incontro. Si sono salutate con un bacio sulla guancia. Un bacio lungo, forse troppo.
Io ho distolto lo sguardo. Ho pulito il bancone. Ho riordinato le bottiglie. Ho fatto tutto quello che potevo fare per non guardarle.
Ma le sentivo. Le sentivo ridere, sussurrare, parlare di cose che non mi riguardavano. E sentivo il mio stomaco stringersi, come se qualcuno ci stesse girando dentro un coltello.
Poi Silvia si è alzata ed è venuta verso il bancone.
«Ciao,» ha detto.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Bene.»
«Sembri stanco.»
«Ho dormito poco.»
«Mi dispiace.»
«Non importa.»
Si è seduta sullo sgabello accanto al mio. Ha ordinato un altro tè. Io gliel'ho preparato. Mentre glielo servivo, mi ha guardato con quei suoi occhi scuri.
«Ti devo parlare,» ha detto.
«Di cosa?»
«Di Maddalena.»
Mi sono irrigidito. «Che c'è?»
«Niente. Volevo solo dirti che...» Ha esitato. «Che sono tornata per lei.»
«Lo so.»
«Lo sai?»
«Sì. Si vede.»
«E allora perché sei ancora qui?»
La domanda mi ha colpito come un pugno. Ho aperto la bocca, ma non è uscito niente.
«Perché lavori qui?» ha continuato. «Perché la guardi? Perché non te ne vai?»
«Perché è il mio bar.»
«Non è il tuo bar. È il suo. Tu sei solo quello che tiene i conti.»
«Non è vero.»
«Sì, è vero. E lo sai.»
Mi ha guardato. Un lungo sguardo, come se stesse cercando di capire qualcosa. Poi ha sorriso. Un sorriso che non era per me.
«Sei innamorato di lei,» ha detto.
Non ho risposto.
«Lo sei,» ha continuato. «Si vede. Si vede da come la guardi. Da come parli di lei. Da come stai qui, ogni giorno, ad aspettare che ti noti.»
«E allora?»
«E allora niente. Volevo solo che lo sapessi.»
«Cosa?»
«Che lo so. E che non me ne frega niente.»
Si è alzata. Ha preso il tè e è tornata al suo tavolo. Io sono rimasto seduto, con il cuore che batteva forte e la gola secca.
Maddalena è venuta al bancone.
«Che ti ha detto?» ha chiesto.
«Niente.»
«Non è vero.»
«Niente, Maddalena. Lasciami stare.»
Mi ha guardato. Per un momento, ho pensato che volesse insistere. Ma poi ha scosso la testa e è andata via.
Il pomeriggio è passato lentamente. Qualche cliente, qualche caffè, qualche chiacchiera. Maddalena e Silvia sono rimaste al tavolo, a parlare, a ridere, a toccarsi. Io le guardavo dal bancone. E ogni volta che le guardavo, sentivo qualcosa dentro di me spezzarsi.
Alle sei hanno chiuso. Maddalena si è tolta il grembiule.
«Vado,» ha detto.
«Vai.»
«Ci vediamo domani.»
«Sì.»
È uscita con Silvia. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto solo nel bar vuoto.
Ho pulito i tavoli, ho lavato i bicchieri, ho chiuso tutto. Poi sono uscito anch'io. Fuori pioveva. Ho acceso una sigaretta e ho guardato la strada. Via dei Mille, deserta come sempre. Ho pensato a Maddalena e Silvia, insieme, in quella casa che non conoscevo, a fare cose che non volevo immaginare.
Ho spento la sigaretta e sono andato a casa.
La notte ho sognato Maddalena. Era nuda, nel mio letto, e mi guardava con quei suoi occhi scuri. Mi sorrideva. Mi diceva che mi amava. Mi baciava. Poi il sogno
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