Glass Cage

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Published 9/29/2026
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Il vestito era appeso alla porta dell'armadio da tre giorni. Non l'avevo mai visto prima. Un tubino nero corto, con uno spacco laterale che partiva da metà coscia e una scollatura che scendeva giù per la schiena fino a sfiorare le fossette sopra il culo. Il tessuto era così sottile che potevi leggere il logo della lavatrice attraverso due strati. Quando Giulia l'aveva tirato fuori dalla busta di Zara, l'aveva tenuto contro il corpo e aveva detto: "Che ne pensi?"

Avevo pensato che non ci sarebbe stato niente sotto. E che non ci sarebbe stato niente da immaginare per chiunque l'avesse guardata quella sera.

"Carino," avevo detto.

Lei aveva sorriso, quel sorriso che conoscevo da due anni e che significava che aveva già deciso tutto. Giulia non chiedeva mai un'opinione. Chiedeva una conferma. E io gliela davo sempre, perché dire di no a Giulia era come provare a fermare la pioggia con le mani.

Sabato sera. La musica usciva dalle casse del locale già da fuori, un basso che ti vibrava nello sterno prima ancora di entrare. Io e Marco eravamo in fila, lui che si aggiustava il colletto della camicia come se stesse per un colloquio di lavoro, io con le mani in tasca e quella sensazione nello stomaco che non riuscivo a spiegarmi. O forse sì.

"Rilassati," mi aveva detto Marco. "È solo una discoteca."

Giulia era arrivata con le sue amiche, mezz'ora dopo di noi, perché le donne non arrivano mai insieme agli uomini, è una legge non scritta. L'avevo vista scendere dal taxi e per un secondo non l'avevo riconosciuta. I capelli sciolti sulle spalle, il trucco pesante sugli occhi, e quel vestito. Quel cazzo di vestito.

Sotto, non c'era niente. Lo vedevo dalla luce dei lampioni. I capezzoli disegnati attraverso il tessuto come due ombre scure, e ogni volta che si muoveva, lo spacco lasciava intravedere la pelle nuda dell'anca, su e giù, su e giù, un invito che non era rivolto a me.

"Sei bellissima," le avevo detto, e la voce mi era uscita più bassa del previsto.

Lei mi aveva dato un bacio veloce sulle labbra, sapeva di gloss alla fragola e di qualcos'altro, qualcosa di più freddo, come se fosse già altrove. "Ci vediamo dentro," aveva detto. "Vado a salutare le ragazze."

Le ragazze. Certo.

Dentro il locale, le luci erano un frullato di viola e blu, e il fumo delle macchine creava una nebbia che rendeva tutto sfocato, irreale. Marco mi aveva passato un drink. L'avevo bevuto in tre sorsi, senza sentire il sapore. Da qualche parte nella folla c'era Giulia, e io la cercavo con gli occhi come un idiota, come se avessi bisogno di sapere dove fosse in ogni momento.

L'avevo trovata. Vicino alla pista, in mezzo a un gruppo di persone che non conoscevo. E ballava.

Dio, come ballava.

Le mani in alto, i fianchi che si muovevano in quel modo che conoscevo, quel modo che mi faceva impazzire quando eravamo soli in camera da letto, ma che adesso era rivolto a una sala piena di sconosciuti. Il vestito le si appiccicava addosso con il sudore, e lo spacco si apriva a ogni movimento, rivelando la coscia, l'anca, il bordo di un perizoma nero che non avevo mai visto.

Un tipo le si era avvicinato. Alto, capelli scuri, camicia bianca sbottonata. Le aveva detto qualcosa all'orecchio e lei aveva riso, gettando la testa all'indietro, la gola esposta, vulnerabile, bellissima.

Il mio bicchiere era vuoto. Non ricordavo di averlo finito.

"Chi è quello?" avevo chiesto a Marco, ma Marco stava parlando con una ragazza bionda e non mi aveva sentito.

Il tipo aveva messo una mano sul fianco di Giulia. Proprio sulla pelle nuda, dove finiva il vestito e iniziava il corpo. E lei non si era tirata indietro. Anzi, si era sporta verso di lui, il seno che premeva contro il suo petto, le labbra vicine al suo orecchio mentre gli sussurrava qualcosa.

Mi ero mosso prima di decidere di muovermi. La folla mi rallentava, i corpi che mi urtavano, le mani che mi fermavano. Quando ero arrivato a due metri da loro, li avevo visti chiaramente. La mano di lui era scivolata più in basso, sotto lo spacco, e le dita di Giulia erano intrecciate con le sue, come se si conoscessero da anni.

"Giulia."

Si era girata verso di me con un'espressione che non le avevo mai visto. Non era sorpresa. Non era imbarazzata. Era annoiata. Come se fossi un cameriere che le aveva portato il drink sbagliato.

"Ciao," aveva detto. "Ti stavo cercando."

La mano del tipo era ancora sul suo fianco.

"Davvero," avevo detto. Non era una domanda.

"Luca, lui è..." aveva iniziato, poi si era fermata, come se il nome non le importasse abbastanza da ricordarlo. "Comunque, ci vediamo dopo?"

Il sangue mi pulsava nelle orecchie, un tamburo che copriva la musica. Volevo prenderla per un braccio e portarla fuori. Volevo urlarle che quel vestito era una vergogna, che si stava comportando come una puttana, che tutti la stavano guardando e ridendo di me. Volevo dirle che l'amavo e che mi stava spezzando il cuore in mille pezzi davanti a un centinaio di sconosciuti.

Non dissi niente di tutto questo.

"Ti aspetto fuori," dissi invece, e la mia voce sembrava venire da un'altra persona, da un altro corpo, da un altro universo in cui ero ancora un uomo con un po' di dignità.

Lei aveva annuito, già girata verso il tipo, già persa in quel mondo di luci e suoni dove io non avevo posto.

Fuori, l'aria fredda mi colpì come uno schiaffo. Mi appoggiai al muro, le mani che tremavano, e cercai di respirare. Il buttafuori mi guardò con un sopracciglio alzato. Scossi la testa, come per dire che stavo bene, che era tutto a posto.

Non era tutto a posto.

Il telefono mi vibrò in tasca. Un messaggio di Giulia.

"Mi sono stancata. Vado a casa con le ragazze. Ci sentiamo domani."

Le ragazze. Certo.

Alzai lo sguardo verso il cielo, ma non c'erano stelle, solo il bagliore arancione dell'inquinamento luminoso e una luna sottile come un'unghia tagliata. Pensai a quella mattina, quando avevo preparato il caffè per entrambi e lei mi aveva baciato la nuca dicendo che ero il suo uomo. Pensai a tutte le volte in cui avevo creduto che fosse vera, quella frase. Pensai a quanto fossi stato stupido.

E poi pensai a un'altra cosa. A quanto fossi ancora lì, fuori da quella discoteca, ad aspettare una donna che era già andata via.

Tirai fuori il telefono e composi un numero che non chiamavo da mesi. Rispose al secondo squillo.

"Pronto?"

"Ciao," dissi. "Sono io. Hai ancora voglia di vedermi?"

Il silenzio dall'altra parte durò tre secondi. Poi: "Dimmi dove sei."

Guardai il locale alle mie spalle, le luci che pulsavano come un cuore malato, e pensai a Giulia dentro, con le mani di un altro addosso.

"Non importa," dissi. "Vengo io."



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